LA GUERRA NEL CAUCASO

L’ultima autodeterminazione di indipendenza è stata quella del Kosovo ed allora si disse che dietro i movimenti autonomisti di paesi grandi quanto alcune regioni italiane, si nascondevano interessi politici ed economici delle due storiche potenze mondiali, Stati Uniti e Russia.
Ora è il vaso di Pandora del Caucaso che si apre fragorosamente e lo scoppio della polveriera ha conseguenze difficili da prevedere, in quanto potrebbe preludere ad una guerra peggiore di quella che ha insanguinato la ex-Jugoslavia e che rischia di destabilizzare tutta la regione, poiché sono stati violati gli accordi del 1994 seguiti allo scioglimento della federazione sovietica.
La crisi affonda le sue radici nel 2006, quando la Russia intrattenne relazioni semiufficiali con i governi separatisti delle province dell’Ossezia del sud e dell’Abhkazia, ma mostra i suoi primi preoccupanti segnali nell’aprile del 2008, quando un MIG russo abbatte un aereo georgiano e nel luglio successivo, quando caccia russi violano lo spazio aereo di Tbilisi.
I discendenti degli antichi nomadi sciiti sono divisi tra le due provincie dell’Ossezia del Nord e del Sud, la prima appartenente alla federazione russa e la seconda che, gravitando nell’area della Georgia, si è autoproclamata indipendente e vuole raggiungere i fratelli del nord. La regione è da anni in bilico tra pressioni georgiane, mire opportunistiche russe e rivendicazioni di autodeterminazione e – come spesso accade in questi casi, vedi il suddetto Kosovo – la zona è divenuta crocevia internazionale di traffici illegali destabilizzanti per l’intera regione.
Mentre la UE tentava faticosamente la ratifica del trattato di Lisbona, gli USA entravano nella fase calda della campagna elettorale, la Cina era assorbita dai cerimoniali olimpici, la Georgia si vedeva costretta a fronteggiare con decisione gli scontri che si intensificavano al confine delle due province dell’Ossezia. Gli osseziani del sud sono decisi a chiudere il problema della loro indipendenza, che si trascina da circa 20 anni, ma altrettanto risoluti sono i georgiani che non vogliono perdere quel territorio strategico e sono preoccupati delle ripercussioni nell’altra provincia dell’Abkhazia.
Il conflitto bellico scoppia l’8 agosto: l’artiglieria georgiana apre il fuoco contro le forze di interposizione russe, mentre entra in azione l’aviazione di Mosca; anche se le informazioni corrono sul web con drammatiche testimonianze, queste sono estremamente contraddittorie e continuamente al centro di smentite: si parla di violenze e massacri da parte dei georgiani e di flussi di profughi da Tskhinvali, capoluogo dell’Ossezia del sud verso il nord. La Russia, dichiarando di non poter mostrarsi indifferente di fronte all’escalation di violenze, approfitta della situazione per sferrare un’offensiva che, piuttosto che portare la pace nel Caucaso, vuole essere un colpo definitivo per il controllo degli oleodotti che dal Mar Caspio portano il petrolio al Mar Nero verso i mercati occidentali. Viene bombardato il porto di Poti, fondamentale centro strategico per la distribuzione del carburante. Dunque, si tratta di un’altra guerra del petrolio, perché nell’area della crisi passano i rifornimenti per l’Europa e due maxioleodotti sono in pericolo in una zona che rappresenta la congiunzione tra il Mar Caspio con i suoi idrocarburi e il Mediterraneo, aree in cui sono interessate alcune compagnie petrolifere internazionali, tra cui l’ENI che possiede una quota nell’oleodotto inaugurato nel 2006 e battezzato “la via della seta del XXI secolo”.
Il 9 agosto la Georgia dichiara ufficialmente lo stato di guerra, il 10 agosto vengono bombardate dai russi infrastrutture vicine all’aeroporto internazionale di Tbilisi; in pochi giorni migliaia di vittime, soprattutto civili; il presidente filoatlantico Saakashvili chiede aiuto al mondo; il parlamento georgiano viene evacuato, mentre i giovani, tra rabbia e sgomento, sventolano la bandiera biancorossa con la croce di S.Giorgio di fronte all’ambasciata russa; nella capitale vige la legge marziale e si vive l’incubo dell’invasione dell’Ungheria e di Praga mentre da Putin viene evocato lo spettro di Hitler e l’attacco ai Sudeti finito col trattato di Monaco con cui Francia e Inghilterra cedettero la regione ai nazisti. Viene proclamata da parte georgiana una tregua unilaterale per la formazione di un corridoio umanitario: ma mentre circolano voci di un ritiro georgiano, le truppe russe continuano ad ammassarsi ai confini dell’Abhkazia. L’11 agosto le truppe russe marciano già in territorio georgiano; secondo alcune fonti le vittime saranno oltre 2.000, ma la cifra è controversa. I profughi sono oltre 30.000 ed anche l’Abkhazia è coinvolta nel conflitto, aprendo un secondo fronte contro Tbilisi, mentre l’offensiva russa prosegue incessante.
“Delitto senza castigo” titola un’agenzia russa: Tbilisi ha esagerato e non può rimanere impunita, anche se si difende additando le azioni di Mosca come oppressive rispetto alla propria sovranità nazionale; i russi dicono invece che stanno conducendo una operazione umanitaria per salvare i sud-osseti dalle forze georgiane che li vogliono distruggere in una sorta di genocidio. Le truppe russe sono nel cuore della Georgia ed assediano Tbilisi; occupano il 70% del paese, compresa Zugdidi in Abkhazia e la città di Gori, patria di Stalin; i bombardamenti georgiani sulla capitale sud-osseta, in parte distrutta, hanno dunque causato una durissima risposta. Guerra fatta di morti, ma anche di bugie sull’entità delle perdite, sulle occupazioni, sui crimini commessi dai georgiani sui sud-osseti e dai russi, che hanno mandato in Georgia le truppe utilizzate in Cecenia e accusate già allora di violenze.
Il 12 agosto si apre uno spiraglio di pace, protagonista il presidente francese Sarkozy che prima è a Mosca con Medvedev e poi a Tbilisi con Saakashvili, incassando due fondamentali sì al suo piano di pace; il processo diplomatico è lungo e faticoso, ma il 13 agosto le armi tacciono, pur tra indicibili tensioni e con qualche violazione del cessate il fuoco. Eppure i tank e i blindati russi sono ancora schierati nel cuore della Georgia quando Angela Merkel atterra a Tbilisi il 18 agosto per auspicare ed accelerare il ritiro delle truppe di Putin.
Il resto è scontro diplomatico: il dibattito si apre sul riconoscimento russo dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, ma anche sull’entrata nella UE dell’Ucraina, possibile prossimo bersaglio della Russia, anche per l’attualissima questione del gas. Poi, la tensione improvvisamente diminuisce e la politica ed i mezzi d’informazione cessano di interessarsi al problema, che resta però, latente, perché sotto la cenere continuano a covare i rancori.
La crisi in Georgia solleva nuovamente venti di guerra fredda tra Mosca e Washington e riaffiorano gli scontri verificatisi in occasione dell’indipendenza del Kosovo; la causa è la stessa, l’estensione della Nato ad est. E’ uno scontro geopolitico per il controllo di risorse energetiche e delle aree reciproche di influenza. La strategia russa è in rotta di collisione con gli interessi americani, che però rappresentano una ingerenza pesante negli affari interni russi. Del resto, fonti militari parlano anche di cooperazione israeliane nell’addestramento dell’esercito georgiano, grazie al ministro della difesa ebreo David Kezerashvili.
Il grande gioco USA è di accerchiare la Russia, sottraendo alleati a Mosca fino a controllare tutta l’Europa e l’Asia centrale. Da 20 anni Washington “sfila” al Cremlino sfere di influenza, con lo scopo di ridimensionare l’avversario politicamente e dal punto di vista energetico e militare. Negli anni ’80 l’impero sovietico, ancora integro, inglobava l’Europa dell’est, l’Asia centrale, l’Afghanistan e poteva contare sulla neutralità di Jugoslavia unita e Albania. Con la caduta del muro l’Armata russa abbandona l’Afghanistan e nel 1991 l’URSS si disgrega e smarrisce la sua forza militare ed economica. E’allora che gli USA fanno entrare gli ex-satelliti di Mosca sia nella NATO che nell’UE; nel ’94 Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania sono candidati alla UE; la ex-Jugoslavia si sgretola e gli americani estendono la loro influenza in Bosnia, Kosovo, Albania; all’appello mancano solo i serbi. Le drammatiche vicende che seguono gli attentati dell’11 settembre consentono agli USA di aprire basi militari in Uzbekistan e Tagikistan e di avere relazioni strette con Kazakistan, Azerbaijan e Turkmenistan, per attaccare Afghanistan e Iraq. Nel 2003 inizia la stagione delle rivoluzioni popolari, quella “rosa” in Georgia, quella arancione in Ucraina, poi in Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan; dunque, quando i russi si schierano a fianco dei secessionisti osseti e abkhazi e approfittano del blitz georgiano per la propria rivincita, lo sconto tra le due superpotenze è quasi frontale e gli USA dispiegano intere armate ai confini della Russia, mentre Putin li accusa di aver fornito gli aerei per il rientro in patria del contingente georgiano dall’Iraq; la Russia decide di dotare la flotta del Baltico di armi nucleari: tattiche per rispondere all’ipotesi USA di uno scudo antimissile europeo. Secondo Putin, l’azione russa in Georgia è legittima per la protezione – anche con la flotta del Mar Nero – di cittadini sudosseziani e per la restaurazione della pace nella repubblica separatista. Ma la preoccupazione non dichiarata è che altre province vogliano imitare gli indipendentisti del Kosovo e passare allo schieramento occidentale. D’altra parte non si deve dimenticare che anche all’interno della Russia si sono levate voci di dissenso verso la politica estera espansionistica del Cremlino e che Anna Politko è stata l’ennesima giornalista assassinata dopo aver criticato la linea politica degli oligarchi russi che si arricchiscono con gli aiuti dei poteri forti dello stato.
La guerra turba anche la tregua olimpica, ma il presidente georgiano invita gli atleti a partecipare anche in queste ore di incertezza e guerra alle competizioni sportive: significative le foto dell’abbraccio tra due atlete, una russa ed una georgiana, argento e bronzo nel tiro a segno pistola da 10 metri.
Immediatamente, da più parti si sono levate voci per interrompere il conflitto: il Papa Benedetto XVI dalle sue vacanze a Bressanone ha auspicato che torni immediatamente la pace; Berlusconi ha fatto appello all’amico Putin per far cessare le azioni di ritorsione violenta; l’Europa, come sempre, non si è accorta del conflitto latente e non ha messo in campo alcun intervento per evitare le frizioni con la Russia; solo il presidente francese Sarkozy si è adoperato tramite il suo ministero degli esteri per consegnare al leader georgiano una proposta per la fine delle ostilità, con l’ipotesi di iniziare in Ossezia del Sud una missione OSCE; analoghi inviti alla Russia per il cessate il fuoco sono giunti dalla Comunità Europea e dalla riunione del G7.
Incalzato da Sarkozy e dalla Merkel il presidente russo ha iniziato con lentezza il ritiro dalla Georgia e così ha preso il via una missione di osservatori europei nelle due province secessioniste.
Nella repubblica secessionista dell’Abkhazia devastata dalla guerra contro la Georgia ora la pace dipende solo dall’esercito russo, unica nazione insieme al Nicaragua che ne ha riconosciuto l’indipendenza. I blindati russi sono travestiti da “Peace Keeper”: quindici anni fa il paese sembrava aver vinto la sua battaglia contro la Georgia, ma evidentemente le ferite di allora non erano ancora rimarginate. Ed oggi sono arrivate nuove distruzioni, anche se da Mosca arrivano gli investitori per restaurare le ville sull’elegante lungomare di Sukhumi.
Ora è il vaso di Pandora del Caucaso che si apre fragorosamente e lo scoppio della polveriera ha conseguenze difficili da prevedere, in quanto potrebbe preludere ad una guerra peggiore di quella che ha insanguinato la ex-Jugoslavia e che rischia di destabilizzare tutta la regione, poiché sono stati violati gli accordi del 1994 seguiti allo scioglimento della federazione sovietica.
La crisi affonda le sue radici nel 2006, quando la Russia intrattenne relazioni semiufficiali con i governi separatisti delle province dell’Ossezia del sud e dell’Abhkazia, ma mostra i suoi primi preoccupanti segnali nell’aprile del 2008, quando un MIG russo abbatte un aereo georgiano e nel luglio successivo, quando caccia russi violano lo spazio aereo di Tbilisi.
I discendenti degli antichi nomadi sciiti sono divisi tra le due provincie dell’Ossezia del Nord e del Sud, la prima appartenente alla federazione russa e la seconda che, gravitando nell’area della Georgia, si è autoproclamata indipendente e vuole raggiungere i fratelli del nord. La regione è da anni in bilico tra pressioni georgiane, mire opportunistiche russe e rivendicazioni di autodeterminazione e – come spesso accade in questi casi, vedi il suddetto Kosovo – la zona è divenuta crocevia internazionale di traffici illegali destabilizzanti per l’intera regione.
Mentre la UE tentava faticosamente la ratifica del trattato di Lisbona, gli USA entravano nella fase calda della campagna elettorale, la Cina era assorbita dai cerimoniali olimpici, la Georgia si vedeva costretta a fronteggiare con decisione gli scontri che si intensificavano al confine delle due province dell’Ossezia. Gli osseziani del sud sono decisi a chiudere il problema della loro indipendenza, che si trascina da circa 20 anni, ma altrettanto risoluti sono i georgiani che non vogliono perdere quel territorio strategico e sono preoccupati delle ripercussioni nell’altra provincia dell’Abkhazia.
Il conflitto bellico scoppia l’8 agosto: l’artiglieria georgiana apre il fuoco contro le forze di interposizione russe, mentre entra in azione l’aviazione di Mosca; anche se le informazioni corrono sul web con drammatiche testimonianze, queste sono estremamente contraddittorie e continuamente al centro di smentite: si parla di violenze e massacri da parte dei georgiani e di flussi di profughi da Tskhinvali, capoluogo dell’Ossezia del sud verso il nord. La Russia, dichiarando di non poter mostrarsi indifferente di fronte all’escalation di violenze, approfitta della situazione per sferrare un’offensiva che, piuttosto che portare la pace nel Caucaso, vuole essere un colpo definitivo per il controllo degli oleodotti che dal Mar Caspio portano il petrolio al Mar Nero verso i mercati occidentali. Viene bombardato il porto di Poti, fondamentale centro strategico per la distribuzione del carburante. Dunque, si tratta di un’altra guerra del petrolio, perché nell’area della crisi passano i rifornimenti per l’Europa e due maxioleodotti sono in pericolo in una zona che rappresenta la congiunzione tra il Mar Caspio con i suoi idrocarburi e il Mediterraneo, aree in cui sono interessate alcune compagnie petrolifere internazionali, tra cui l’ENI che possiede una quota nell’oleodotto inaugurato nel 2006 e battezzato “la via della seta del XXI secolo”.
Il 9 agosto la Georgia dichiara ufficialmente lo stato di guerra, il 10 agosto vengono bombardate dai russi infrastrutture vicine all’aeroporto internazionale di Tbilisi; in pochi giorni migliaia di vittime, soprattutto civili; il presidente filoatlantico Saakashvili chiede aiuto al mondo; il parlamento georgiano viene evacuato, mentre i giovani, tra rabbia e sgomento, sventolano la bandiera biancorossa con la croce di S.Giorgio di fronte all’ambasciata russa; nella capitale vige la legge marziale e si vive l’incubo dell’invasione dell’Ungheria e di Praga mentre da Putin viene evocato lo spettro di Hitler e l’attacco ai Sudeti finito col trattato di Monaco con cui Francia e Inghilterra cedettero la regione ai nazisti. Viene proclamata da parte georgiana una tregua unilaterale per la formazione di un corridoio umanitario: ma mentre circolano voci di un ritiro georgiano, le truppe russe continuano ad ammassarsi ai confini dell’Abhkazia. L’11 agosto le truppe russe marciano già in territorio georgiano; secondo alcune fonti le vittime saranno oltre 2.000, ma la cifra è controversa. I profughi sono oltre 30.000 ed anche l’Abkhazia è coinvolta nel conflitto, aprendo un secondo fronte contro Tbilisi, mentre l’offensiva russa prosegue incessante.
“Delitto senza castigo” titola un’agenzia russa: Tbilisi ha esagerato e non può rimanere impunita, anche se si difende additando le azioni di Mosca come oppressive rispetto alla propria sovranità nazionale; i russi dicono invece che stanno conducendo una operazione umanitaria per salvare i sud-osseti dalle forze georgiane che li vogliono distruggere in una sorta di genocidio. Le truppe russe sono nel cuore della Georgia ed assediano Tbilisi; occupano il 70% del paese, compresa Zugdidi in Abkhazia e la città di Gori, patria di Stalin; i bombardamenti georgiani sulla capitale sud-osseta, in parte distrutta, hanno dunque causato una durissima risposta. Guerra fatta di morti, ma anche di bugie sull’entità delle perdite, sulle occupazioni, sui crimini commessi dai georgiani sui sud-osseti e dai russi, che hanno mandato in Georgia le truppe utilizzate in Cecenia e accusate già allora di violenze.
Il 12 agosto si apre uno spiraglio di pace, protagonista il presidente francese Sarkozy che prima è a Mosca con Medvedev e poi a Tbilisi con Saakashvili, incassando due fondamentali sì al suo piano di pace; il processo diplomatico è lungo e faticoso, ma il 13 agosto le armi tacciono, pur tra indicibili tensioni e con qualche violazione del cessate il fuoco. Eppure i tank e i blindati russi sono ancora schierati nel cuore della Georgia quando Angela Merkel atterra a Tbilisi il 18 agosto per auspicare ed accelerare il ritiro delle truppe di Putin.
Il resto è scontro diplomatico: il dibattito si apre sul riconoscimento russo dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, ma anche sull’entrata nella UE dell’Ucraina, possibile prossimo bersaglio della Russia, anche per l’attualissima questione del gas. Poi, la tensione improvvisamente diminuisce e la politica ed i mezzi d’informazione cessano di interessarsi al problema, che resta però, latente, perché sotto la cenere continuano a covare i rancori.
La crisi in Georgia solleva nuovamente venti di guerra fredda tra Mosca e Washington e riaffiorano gli scontri verificatisi in occasione dell’indipendenza del Kosovo; la causa è la stessa, l’estensione della Nato ad est. E’ uno scontro geopolitico per il controllo di risorse energetiche e delle aree reciproche di influenza. La strategia russa è in rotta di collisione con gli interessi americani, che però rappresentano una ingerenza pesante negli affari interni russi. Del resto, fonti militari parlano anche di cooperazione israeliane nell’addestramento dell’esercito georgiano, grazie al ministro della difesa ebreo David Kezerashvili.
Il grande gioco USA è di accerchiare la Russia, sottraendo alleati a Mosca fino a controllare tutta l’Europa e l’Asia centrale. Da 20 anni Washington “sfila” al Cremlino sfere di influenza, con lo scopo di ridimensionare l’avversario politicamente e dal punto di vista energetico e militare. Negli anni ’80 l’impero sovietico, ancora integro, inglobava l’Europa dell’est, l’Asia centrale, l’Afghanistan e poteva contare sulla neutralità di Jugoslavia unita e Albania. Con la caduta del muro l’Armata russa abbandona l’Afghanistan e nel 1991 l’URSS si disgrega e smarrisce la sua forza militare ed economica. E’allora che gli USA fanno entrare gli ex-satelliti di Mosca sia nella NATO che nell’UE; nel ’94 Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania sono candidati alla UE; la ex-Jugoslavia si sgretola e gli americani estendono la loro influenza in Bosnia, Kosovo, Albania; all’appello mancano solo i serbi. Le drammatiche vicende che seguono gli attentati dell’11 settembre consentono agli USA di aprire basi militari in Uzbekistan e Tagikistan e di avere relazioni strette con Kazakistan, Azerbaijan e Turkmenistan, per attaccare Afghanistan e Iraq. Nel 2003 inizia la stagione delle rivoluzioni popolari, quella “rosa” in Georgia, quella arancione in Ucraina, poi in Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan; dunque, quando i russi si schierano a fianco dei secessionisti osseti e abkhazi e approfittano del blitz georgiano per la propria rivincita, lo sconto tra le due superpotenze è quasi frontale e gli USA dispiegano intere armate ai confini della Russia, mentre Putin li accusa di aver fornito gli aerei per il rientro in patria del contingente georgiano dall’Iraq; la Russia decide di dotare la flotta del Baltico di armi nucleari: tattiche per rispondere all’ipotesi USA di uno scudo antimissile europeo. Secondo Putin, l’azione russa in Georgia è legittima per la protezione – anche con la flotta del Mar Nero – di cittadini sudosseziani e per la restaurazione della pace nella repubblica separatista. Ma la preoccupazione non dichiarata è che altre province vogliano imitare gli indipendentisti del Kosovo e passare allo schieramento occidentale. D’altra parte non si deve dimenticare che anche all’interno della Russia si sono levate voci di dissenso verso la politica estera espansionistica del Cremlino e che Anna Politko è stata l’ennesima giornalista assassinata dopo aver criticato la linea politica degli oligarchi russi che si arricchiscono con gli aiuti dei poteri forti dello stato.
La guerra turba anche la tregua olimpica, ma il presidente georgiano invita gli atleti a partecipare anche in queste ore di incertezza e guerra alle competizioni sportive: significative le foto dell’abbraccio tra due atlete, una russa ed una georgiana, argento e bronzo nel tiro a segno pistola da 10 metri.
Immediatamente, da più parti si sono levate voci per interrompere il conflitto: il Papa Benedetto XVI dalle sue vacanze a Bressanone ha auspicato che torni immediatamente la pace; Berlusconi ha fatto appello all’amico Putin per far cessare le azioni di ritorsione violenta; l’Europa, come sempre, non si è accorta del conflitto latente e non ha messo in campo alcun intervento per evitare le frizioni con la Russia; solo il presidente francese Sarkozy si è adoperato tramite il suo ministero degli esteri per consegnare al leader georgiano una proposta per la fine delle ostilità, con l’ipotesi di iniziare in Ossezia del Sud una missione OSCE; analoghi inviti alla Russia per il cessate il fuoco sono giunti dalla Comunità Europea e dalla riunione del G7.
Incalzato da Sarkozy e dalla Merkel il presidente russo ha iniziato con lentezza il ritiro dalla Georgia e così ha preso il via una missione di osservatori europei nelle due province secessioniste.
Nella repubblica secessionista dell’Abkhazia devastata dalla guerra contro la Georgia ora la pace dipende solo dall’esercito russo, unica nazione insieme al Nicaragua che ne ha riconosciuto l’indipendenza. I blindati russi sono travestiti da “Peace Keeper”: quindici anni fa il paese sembrava aver vinto la sua battaglia contro la Georgia, ma evidentemente le ferite di allora non erano ancora rimarginate. Ed oggi sono arrivate nuove distruzioni, anche se da Mosca arrivano gli investitori per restaurare le ville sull’elegante lungomare di Sukhumi.
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